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Piemonte: terra di bianchi? PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Vincenti   

È fondata l’immagine del Piemonte come terra esclusiva di vini rossi? Serata dedicata ai vini bianchi piemontesi. A cura di Massimiliano Coppo che, facendo le veci del professor Bera, ci racconta un po’ di storia dei vitigni bianchi in Piemonte.Si parte dall’assunto che il detto “Piemonte terra di vini rossi” sia una moda recente, costruita a fine Ottocento. Infatti la letteratura postrisorgimentale tendeva a dare l’immagine di un Piemonte austero, importante, e i vini bianchi, in questa prospettiva erano visti come vini frivoli. In realtà in Piemonte c’è sempre stata grande ricchezza di uve bianche, sin dall’antichità. Vediamone qualche esempio.Dal 1209 si parla di Gragnolata, diffuso nella zona di Tortona e poi nell’Astigiano. Probabilmente si tratta del Timorasso.Il Moscato: fino alla fine del Diciottesimo secolo la maggior parte non era prodotto in loco, ma arrivava dall’estero. Era un vino destinato all’aristocrazia, molto costoso. Poi si impianta il moscato anche in Piemonte, nella zona di Canelli, nel Saluzzese e a Chambave in Valle d’Aosta.Arneis: se ne parla dal Quattrocento, nelle zone di Chieri e Bra. Intorno al Seicento si parla di Bianchetta d’Alba. Conosce un periodo di oblio nell’Ottocento per poi risorgere nel secondo dopoguerra.Il Cortese deriva il suo nome dal fatto che era il vino destinato alla corte. (Vino bianco come simbolo di purezza e nobiltà). La sua imagine attuale è quella di un vino poco importante, non longevo. Questo a causa di errate pratiche di coltivazione (soprattutto rese eccessive) che vengono adottate dalla maggioranza dei produttori. In realtà può dare vini in grado di durare parecchio.Cascarolo: diffuso nel Nord Astigiano e a Chieri. Una delle sue caratteristiche (da cui il nome) è che quando è in sovramaturazione i grappoli tendono a cadere. Probabilmente è Cortese. Ma fu a fine Settecento che arrivò un’interessante svolta per i vini bianchi in Piemonte con Filippo Asinari di S. Marzano. Ministro della guerra del regno sabaudo, combatte e perde contro Napoleone. Dopo la sconfitta si ritira, ma Napoleone, riconoscendo il grande valore dimostrato in battaglia, lo vuole con sé. Si trasferisce così in Francia, dove inizia a conoscere i vini locali. Gli piace l’Hermitage bianco e quando torna a Costigliole pianta Marsanne e Roussanne e li fa coltivare alla francese. Pianta anche Sémillon, Sauvignon e Chardonnay. Il primo impianto di Chardonnay risale al 1819, quindi lunghissima tradizione per questo vitigno in zona.Pochi anni dopo iniziano le prime prove di spumantizzazione: Gancia nel 1854 produce il primo metodo classico dolce (a base Moscato) a Canelli, mentre Cavour, nelle sue tenute coltiva il Pinot bianco, sempre a fini spumantistici, ma l’esperimento muore e rimarrà una piccola produzione di vino bianco fermo. Si prova anche a spumantizzare il Nebbiolo (Marchesi di Barolo). Il metodo classico in Italia troverà poi terreno fertile in Trentino con Ferrari. In Piemonte si ha una battuta di arresto a fine Ottocento, appunto in concomitamza con il sorgere del motto “Piemonte terra di rossi”. Veniamo ora all’ospite della serata, l’azienda Coppo. Possiede circa 50 ha vitati, la metà coltivata a Barbera. La gamma di produzione è completa, vini bianchi fermi, spumanti, spumanti dolci e rossi. L’azienda punta molto sui bianchi, soprattutto sui due Chardonnay (Costebianche e Monteriolo), che ritiene esprimano molto bene il concetto di terroir. La zona di produzione è compresa tra tre fiumi, Tanaro, Bormida e Belbo. Le colline hanno altitudini che vanno da 250 a 600 m sul livello del mare e sono composte in prevalenza da calcare. Per via dell’altitudine sono presenti ottime escursioni termiche tra il giorno e la notte a garantire una perfetta maturazione e un conseguente sviluppo aromatico.La raccolta delle uve bianche è effettuata in cassette da 20 kg e le uve sono selezionate su un tapis roulant e poi raffreddate per preservare gli aromi. Segue la diraspatura e una breve macerazione a freddo, dopodiché le bucce vengono separate e inizia la fermentazione in vasca, successivamente completata in barrique. Il processo dura circa due settimane; le barrique vengono quindi ricolmate e il vino permane sulle fecce di fermentazione per 6 mesi. Questo per dare maggiore complessità al vino e aumentare la longevità. Ed ecco, dopo questa doverosa introduzione, la descrizione della verticale di Monteriolo, bianco piemontese da uve Chardonnay in purezza.

 


 

2004 Annata normale con primavera piovosa ed estate calda. Si presuppone che possa essere un'annata che nel prosieguo potrà valorizzare i vini a base Chardonnay.Paglierino carico. Manifesta subito una mineralità esuberante, poi frutta bianca (pesca, mango), fiori di campo. Dopo una prima fase di forte intensità olfattiva si siede leggermente nel bicchiere per poi riprendersi sul finale ripresentando i sentori iniziali con in aggiunta note molto dolci di caramella, miele.All'assaggio risalta la freschezza, forse leggermente eccessiva. Il corpo del vino non è particolarmente imponente, nell’insieme è esile e non particolarmente lungo. Piacevole.

2002 In Piemonte è stata definita l'annata dell’estate che non c’è. Eppure per i bianchi non è andata così male e questo campione lo dimostra. Al naso presenta una florealità molto evidente, la fruttà c'è ma in secondo piano. Sempre presente una discreta mineralità; nel tempo rilascia note di crema pasticcera, salvia, menta, erbe aromatiche, frutta candita.La struttura di questo vino si presenta in bocca ben equilibrata tra freschezza e morbidezza. Sempre leggermente carente a livello di corpo (il segno dell’annata), è comunque molto dinamico nel bicchiere e di ottima bevibilità. Potrebbe avere ottime prospettive di evoluzione.

1998 Annata calda ma fortunatamente non siccitosa. Qui il colore inizia a tendere al dorato brillante. Anche la complessità olfattiva si fa più interessate. Molto vegetale, erbe aromatiche, salvia, rosmarino, erba tagliata, fieno, poi note cremose, burro acido, caramella gommosa, noci. Naso particolare, con i sentori fruttati che rimangono molto in secondo piano.In bocca è come l’aspetti, ben equilibrato ma soprattutto buona struttura, di corpo ma allo stesso tempo molto bevibile, persistente.

1991 Annata “normale” con qualche pioggia a settembre. Al visivo si denota una tendenza al dorato carico e brillante. Intrigante al naso con mineralità che si esprime attraverso note di cipria, selce. Poi note floreali a dare eleganza, funghi disidratati, miele, frutta candita. In bocca è molto vivo, freschezza e sapidità invogliano continuamente a bere. Raffinato, elegante nonostante una struttura ben marcata. Persistente.

1989 Definita una grande annata in Piemonte. Il colore è dorato e l’aspetto è cristallino, vivo. In questo campione ritroviamo belle note di frutta matura, pesca gialla, albicocca, lievi sentori di confettura, fiori secchi, noce. Mineralità sempre in sottofondo con note di pietra calda e selce.La freschezza è ben presente e sfida i vent’anni portati egregiamente. Anche in questo caso, acidità e sapidità equilibrano molto bene una grande struttura a supporto. Piacevolissimo.

1986 Annata definita “tradizionale”. È l'unico campione che contiene ancora Cortese in piccola percentuale. Olfattivamente elegante, note di pasticceria si mescolano con note evolute di frutta matura, fiori secchi, lavanda, caramella mou, miele, erbe aromatiche essiccate.Equilibrio eccellente, freschezza ancora ben presente a scapito dell’età, ma lievemente in secondo piano. Ottima la struttura, possente, bella persistenza e molto ben rispondente il ritorno gusto-olfattivo.

 

vm

 

 
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